giovedì 27 gennaio 2011

SANREMO - COME ERAVAMO


Quella volta del play-back di Bobby Solo


(Publiweb) - Si va indietro con la macchina del tempo e si torna ai favolosi anni 60. Sanremo dava l’addio alla melodia tradizionale e spediva sul tappeto verde lo straniero. A mezza strada fra la prima vittoria italiana in Coppacampioni col Milan a Wembley e il successo interista col Real del maggio successivo, applaudivamo Paul Anka, furioso idolo delle teenager dei vari “Diana” e “You are my destiny”, l’efebico Gene Pitney di “Un soldino” e “Town without pity” e poi ancora Frankie Laine, Frankie Avalon, (il primo a lanciare “Venus” , poi riascoltato in centoeunomila versioni dagli Shocking Blue alle Bananarama a distanza di anni), Bobby Riddell, Little Peggy March. Ma la gran sorpresa di quell’anno furono i giovani. I ragazzi dell’ultima leva, quasi tutti ormai scrollati dal giogo della tradizione melodica. I ragazzi dell’ondata ye ye, gasati dal boom degli urlatori, caricati dalle prime consistenti affermazioni del clan cantautorale genovese e dintorni, alle prese con una difficile “risposta” ai successi d’oltralpe firmati da Francoise Hardy, Richard Antony, Petula Clark. Nel momento di maggior esaltazione alle “cover” del magico Burt Bacharach con un blues all’italiana più che dignitoso, a Sanremo le “promesse” si chiamavano Fabrizio Ferretti, biondo livornese dall’impatto grintoso (dopo le “mordenti” “Oh oh baby, piangerò per te” e “Ti ricordi” ci provava con un pezzo del maestro Kramer, “La prima che incontro”), Roby Ferrante (cantautore già alla ribalta con “Alla mia età” regalata all’astro ormai affermato Rita Pavone, destinato a una brevissima carriera, se ne andò due anni dopo in un tragico scontro sulla sua Mercedes, cantava la sua “Ogni volta” in tandem con Paul Anka), Bruno Filippini (biondino romano dalla faccetta tenera applauditissimo con l’orecchiabile “Sabato sera”), Remo Germani (milanese ormai vaccinato ai successi da juke box: dopo “Baci” e “Non andare col tamburo” sfoderò uno “Stasera no no no” fin troppo facile da pronosticare commerciabile), il romanissimo Robertino (erede di Claudio Villa, con “Un bacio piccolissimo”). Poi c’erano Gigliola Cinquetti e Bobby Solo, i due trionfatori. Lei, timida e verginale veronese, appena sfornata da Castrocaro, arpionò la platea perbenista col suo “Non è l’età” (in coppia con Patricia Carli). In Inghilterra imperversavano i Beatles dalle chiome lunghe, la rivoluzione era alle porte e alla vecchia generazione quel clima di rivolta giovanile già nell’aria, piaceva poco. Così, alla ragazzina che cercava l’amore romantico e preferiva aspettare prima di darsi al primo venuto, dissero un “sì” convinto. A rimetterci fu Bobby Solo, all’anagrafe Roberto Satti. Romano spacconcello, ciuffo sbarazzino, grande idolatria per Presley a cui rubava le tonalità basse proponendosi come sua versione made in Cupolone, Bobby portò al Festival “Una lacrima sul viso” scritta da lui anche se furono Mogol e Lunero a firmarla, lui alla Siae non era ancora iscritto, quindi doveva accontentarsi di interpretarla. Sul pubblico giovane la presa fu immediata ma nella serata finale Bobby si ritrovò a combattere con una faringite maledetta. E al suo posto cantò il playback. Toni e fulmini. Altro che vittoria. Bobby squalificato, come uno sportivo “pescato” in pieno antidoping. A vendere di più fu lui assieme al tandem Little Tony- Gene Pitney che piazzarono un colpo gobbo con “Quando vedrai la mia ragazza”, davvero un hit per tutta la stagione. Ma la vera “lacrima sul viso” finì per scorrere ai grandi esclusi. Illustri vittime di quell’edizione furono Claudio Villa (“Piccolo piccolo”), fino ad allora reuccio incontrastato e grande bersaglio dell’ondata ye-ye in agguato, e Tony Renis (“I sorrisi di sera”), l’uomo vincente del festival ’63 con “Uno per tutte”. Non fu una grande edizione neppure per Modugno che col suo tangaccio “Che me ne importa a me” entrò in finale senza però spopolare, poco sorretto dal mito Frankie Laine in improvvisa crisi d’amnesia.
Era il “64. Ci lasciavamo alle spalle grandi drammi come l’assassinio di John Kennedy, imperversavano le colonne sonore di Morricone tipo “Per un pugno di dollari”, ad agosto se ne andava Togliatti, baluardo storico del PCI, nasceva il disco per l’estate vinto dai finti spagnoli e italianissimi Marcellos Ferial con “Sei diventata nera” e al Cantagiro s’imponeva Morandi, ormai fuori dal cliché adolescenziale con un pezzo di taglio melodico-moderno “In ginocchio da te” . Fu l’anno di exploit per due future “grandi firme” del giornalismo da rotocalco: Paolo Occhipinti, alis John Foster “Amore scusami”) e Paolo Mosca, vincitore a sorpresa del Cantagiro girone B con “La voglia dell’estate”. Nel “boom” del disco, sguazzavano mille ed una etichette e gli emuli versione nostrana dei miti d’oltreoceano si sprecavano: Didi Balboni, Jonica, Giordano Colombo, Salvatore Vinciguerra, il futuro showman Giancarlo Guardabassi (“Se ti senti sola” al Cantagiro), una timidissima Mimì Bertè alle prese con “Il magone”, alcuni nomi in vetrina quell’anno. In Inghilterra David Jones, in arte David Bowie lanciava un “Liza Jane” che già lasciava prevedere i suoi futuri trionfi. C’erano già i Rolling sulla strada dei Beatles. A Sanremo andava forte anche Paoli con “Ieri ho incontrato mia madre”, complesso edipico in piena regola. La Cinquetti sull’onda dell’affermazione ligure faceva suo anche l’Eurofestival. E’ la vittoria dell’ingenuità, giuravano i benpensanti. Ma il ciclone beat era pronto a sbucare dalla curva anche da noi. E per la stirpe melodica sarebbe stata vita dura.

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